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tratta da L’AUTISMO INFANTILE
Dott. THEO PEETERS
Edito da Phoenix
L’AUTISMO COME
DISTURBO GENERALIZZATO DELLO SVILUPPO
Che cosa c’è dietro una parola? Un’etichetta
può salvare la vita?
Qualche volta avrete sentito dire che non fa differenza se le persone
sono chiamate “malati mentali” o “ ritardati mentali” o “disabili
nello sviluppo”; dopotutto non sono soltanto parole?
L’uso di queste espressioni, però, ha varie conseguenze, per cui
molti adulti autistici vivono in istituti psichiatrici perché è
stata loro posta un’etichetta diagnostica sbagliata e si trovano
perciò soggetti autistici nei gruppi di ritardati mentali, pur avendo
disturbi dello sviluppo tipici dell’autismo. Ma non è così che dovrebbe
essere poiché in questo modo la qualità della vita di un autistico
dipende più dal luogo dove è nato e dall’assistenza ricevuta che
dalla gravità del suo handicap.
E’ in questo senso che una diagnosi corretta può salvare la vita.
Vi è una sostanziale diversità se la cura di una persona è basata
preminentemente su una terapia farmacologica o su uno specifico
intervento educativo e questo è valido anche per gli autistici,
i cui bisogni specifici devono essere presi in considerazione nella
programmazione delle attività quotidiane e nella cura della persona.
I bambini autistici possono avere turbe del comportamento, problemi
di comunicazione, dell’udito e del ritardo mentale, ma essere curati
come bambini non autistici con turbe del comportamento, problemi
di udito o di ritardo mentale, è per loro disastroso, perché la
ragione delle loro difficoltà è differente. Una profonda conoscenza
dell’autismo dovrebbe essere il punto di partenza per un corretto
approccio psico-educativo, in quanto è solo in base al tipo di disturbo
diagnosticato che si determina il tipo di aiuto da dare al bambino;
la discussione su una corretta definizione diagnostica si risolve
a favore di un trattamento adeguato.
I genitori hanno bisogno di chiarezza
e di risposte alle loro domande
Dare consigli buoni e sensati ai genitori di bambini autistici crea
a volte ulteriori difficoltà, perché gli operatori, spesso non si
rendono conto di quanto sia particolare tale disturbo e pertanto
non sono in grado di offrire ai genitori l’aiuto migliore.
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