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Istruisci un Insegnate di sostegno
e otterrai un Esperto
Istruisci un Bambino con autismo e non ci sarà più
l’Autismo
Jacopo da Selva
Perchè compatire un’istituzione?
Gli anni ’70 li ricordiamo tutti come
anni degli ideali concreti, gli anni della critica alle “istituzioni
totalizzanti”. Si parlava un po’ ovunque, un pò tutti, di
scuola, di medicina, di corporazioni professionali, del sistema
e dei meccanismi di controllo e di creazione di cittadini “dipendenti”
e assoggettati al potere, secondo noi allora, ben individuabile.
La critica alle “istituzioni totalizzanti”, originava in quanto
distruttive della spontaneità, dell’individualità,
di un personale modo di intendere ciò che avevamo attorno
e che stavamo per riconfiguare e conquistare.
“Istituzionalizzare” significava, circoscrivere,
definire dei prototipi a cui si doveva aderire per appartenere e
per accedere. Ogni cosa, sentimento, situazione veniva incorporata
dalla società, secondo i codici dell’istituzione che se ne
doveva occupare mentre, per contro si tentava di individuarne l’antitesi.
Nello stesso dibattito si inseriva il concetto di ammalato, di corpo
fisico e psiche, di malattia e terapia.
L’istituzionalizzazione della società
la si pensava come un fenomeno già avvenuto, che costituiva
il passato, la tradizione, mentre la “personalizzazione”, costituiva
e rappresentava una radicale inversione di tendenza, un’innovazione
da realizzare e diveniva sinonimo di “liberazione”. La dimensione
individuale, spontanea, anarchica esterna all’istituzione era una
conquista dell’epoca. Adattare tale dimensione, per noi allora “rivoluzionaria”,
ad esigui spazi interni all’istituzione, fu il compromesso dei decenni
successivì.
Entrambi questi processi sono tuttora
presenti e ancora in divenire ma, come faglie tettoniche in movimento,
sono in attrito fra loro e fortunatamente non si può tornare
indietro. Ciò che ancor oggi nettamente prevale è
l’apparato sull’individuo. La istituzionalizzazione della società
è dunque preponderante e riconoscibile anche nel particolare
come ad esempio nella gestione odierna dell’autismo, il quale si
concretizza dal punto di vista epidemiologico, diagnostico, terapeutico,
sociale, solo se rientra in un prototipo definito. Prototipo che
però costringe la sua gestione in luoghi e tempi deputati,
in mani specializzate e legittimate, in procedure regolate di integrazione
e di gestione sociale del problema come davanti ad un “unicum” facilmente
regimentato .
L’istituzionalizzazione dell’ammalato,
ha in sé grandi valori perché dovrebbe consentire
un approccio comune, legittimato, più rigoroso, articolato,
continuo, controllabile, economico, ma ha in sé anche aspetti
negativi. E’ questo un processo fagocitante i singoli ruoli, che
rimuove definitivamente il coinvolgimento diretto, la scelta personale,
la responsabilità di ciascuno; promuove la passività
e si esprime per delega. La istituzione può dunque diventare
una macchina spaventosa di dipendenze e controlli, praticamente
inamovibile, poco duttile, statica, sorda a qualsiasi varianza,
sempre più scarna nelle erogazioni anziché variegata.
L’ambiguità, la dinamica, la
specificità del singolo caso e la sua rapida evoluzione invece
mettono in crisi l’idea di un rapporto “esclusivo” con l’istituzione,
con le sue risposte aspecifiche e normate da un'etica che è
sempre "totalizzante" dove il "tutti" è
l’unica scelta possibile, criminalizzando con leggi precise qualsiasi
ingerenza dell’uno che vi si oppone.
La società dell’omologazione,
dei “tutti” si fa carico “formale” del problema di ciascuno, sostenendo
chi soffre ma contemporaneamente ne decreta collocazione, iter procedurale
e così implicitamente l’esaurimento della domanda.
Ogni forma spontanea di compassione (nel senso nobile del termine:
“farsi carico”), di condivisione, qualsiasi scelta individuale di
“amore”, persino l’associazionismo e il volontariato, sono sottoposti
a regolarizzazione, a normativa.
La compassione è descritta nell'Esodo,
con il termine ebraico "rahum", un sentimento struggente
che esprime la sensazione di una donna-madre quando il suo grembo
è eccitato dall'amore. Gli ellenisti tradussero questo atteggiamento
con la parola "eleomosyne," da cui viene il nostro termine
"elemosina”, che rimuove il suo connotato carnale, appassionato,
intimo. Così la "rahum", da esperienza soggettiva,
diventa pietà, misericordia, collettiva, istituzionalizzata,
qualcosa che Platone e Aristotele consideravano un difetto morale”.
Lo sguardo, l’amore e la conoscenza, possibili prima in orizzonti
completamente personali, sono ora gestiti, assicurati e garantiti
da questo “amore, scienza di stato”, che sottomette ogni emozione
e volontà personale a una legislazione, ai sacerdoti del
tempio.
E se i sacerdoti non celebrassero riti propizi?
L’istituzionalizzazione dell’autismo
non è stata edificata sulla specificità della malattia
ma fatta aderire forzosamente a ciò che già esisteva
o aggiustando le prospettive di ciò che stava per nascere
(l’integrazione). La sua gestione, visti i risultati, si potrebbe
(“graziosamente”, n.d.a.) definire “formale”…eppure coinvolge strutture
diffuse, convenzioni esterne, schiere di professionisti che si è
obbligati ad onorare; occupate ad esaudire contemporaneamente mille
altre richieste. Le sensibilità per una questione di numeri
e di forza contrattuale, spostano l’attenzione, gioco forza, dall’individuo
con autismo verso altre dimensioni, legittimando sempre più
l’affermarsi di nuovi bisogni dei numerosi e già nominati
“tutti”, oltre l’“ammalato”.
Con la gestione attuale dell’autismo,
la situazione di caio o sempronio, può essere grottescamente
definita “risolta”, in un modo o nell’altro, ma tali conclusioni
sottendono nuove mostruosità, il mascheramento del vero problema
perché “futuro” del problema, quello che non viene mai affrontato:
ciò che non si fa e ciò che si tollera nel trattamento
dell’autismo del bambino.
Questo richiamo suona particolarmente
disorientante per coloro che si sono abituati a guardare il presente
senza fare i conti con il passato, perché questo significherebbe
cogliere il vuoto procedurale di allora e l’allarmante e disumana
sua attualità. La natura di questa alienazione sta nel fatto
che affrontare realmente l’abilitazione del “bambino autistico”
è una impresa che dovrà andare “oltre l’istituzione”
e che realizzare questo intervento, articolato e complesso,. renderebbe
superfluo gran parte del mondo che l’istituzione sta costruendo
e che così com’è, al bambino con autismo non serve
a niente.
Il tradimento dell’abilitazione è
lo scandalo, l’iniquio che affligge l’autismo.
Dal riscontro concreto, sotto gli occhi di tutti, di fallimento,
in una prospettiva nazionale, discende invece un costante, innarrestabile
potenziamento ulteriore del lugubre apparato che si ostinano a costruire
per contenere, tacitare, disperdere l’autismo.
C’è però un tipo
nuovo di sentire.
Non si tratta di tomare ad un tipo
di abilitazione individuale, spontanea, opposta al protocollo aspecifico
e stereotipato, dell’istituzione; non il ritorno ad una sorta di
intervento terapeutico incidentale, tipico di una società
comunitaria, pre-moderna, anche se forse più giusta e con
un senso profondo dell’integrazione, delle proporzioni e delle conseguenze.
Ma sarebbe bene non dimenticare che le poche reali normalizzazioni
“definitive” dell’autismo provengono da esperienze individuali,
locali, familiari divenute solo poi universali e capaci di spazzare
via il mondo delle formule preconfezionate tradizionali e istituzionali.
Il messaggio che non si vuol riconoscere in queste esperienze singolari,
é di una forza straordinaria perchè scaturisce dalla
“responsabilità individuale” e non dall’istituzione: è
la “madre”, o il genitore, che sceglie l’adozione, che decide di
rifiutare la delega in bianco ma sceglie di utilizzarla con saggezza,
con misura, liberandosi da attese esorbitanti, dalla lotteria dei
comportamenti preconfezionati, i soli autorizzati e “quasi” obbligatori.
E’ la madre che sceglie se accetterà, e fino a che punto,
quanto già determinato, per lei e per quel figlio, dal sociale
legiferato.
“Sto di fronte a un problema medico,
l’autismo, che più studio e più mi appare difficile,
ma anche gestito confusamente, incomprensibilmente e inadeguatamente.
Credetemi non ha paragoni con nessuna altra patologia, e vedo declamare
“assiomi” che io non trovo in nessuna altra branca medica”.
“Noi vogliamo, come i nostri figli,
apprendere per “imitazione” e non legittimare nostro malgrado l’escatologia
di un fasullo sistema sanitario e scolastico per il disabile”.
L’inumano (il "mysterium iniquitatis”),
l’iniquo, la degradazione non sta nei piccoli con autismo ma in
quello che ad essi si impone, fondando le certezze di un intero
apparato sull’immagine di adolescenti e di adulti autistici, mai
abilitati, sui “fallimenti viventi” di coloro che ora sono i responsabili
di questo apparato. Delegando ogni responsabilità e non solo
per il passato, ora parlano di “scolarizzazione”, meglio se precoce,
come unico momento terapeutico-abilitativo, forniscono nessuna preparazione
al personale specifico, guidano un’integrazione ad orologeria, si
armano per risolvere con sedativi sperimentali i sintomi dei loro
pregiudizi inscalfibili e prescrivono cicli aspecifici ovviamente
per delega di logopedia e psicomotricità, scadenziati (fra
non molto semestrali), impegnati strenuamente nella configurazione
dello “stereotipo”, utile appunto alla logica istituzionale, anziché
alla soluzione del problema.
Istituzionalizzazione greve
seppur senza mura; un silenzioso e perdurante tradimento.
Vuoti culturali da parte della società che fgagocita la famiglia
inebetita dalle ordinanze dei “corsari”, in questo caso dell’autismo,
e che pertanto spesso non avvia nemmeno la più banale critica
alla gestione “per delega” dei propri figli. Deleghe a cascata per
dilavare le responsabilità del nulla e di fiumi di denaro
per soddisfare i dotti del tempio e per farci tacere.
E infine queste madri e padri, per evitare lo scontro con chi rinnova
loro l’obbligo di essere “solo genitori” e non terapeuti, smettono
di sperare nelle “soluzioni per delega” e in modo eroico e solitario,
dimenticati e isolati come ciurma appestata e reietta, riprendono,
privi di conoscenze specialistiche di terapia e riabilitazione,
ad accudire i loro figli in quella maniera amorevole la cui forza
misteriosa è la antitesi dell’autismo di stato di cui siamo
testimoni e che di quella abilitazione si sarebbe dovuto occupare.
Bisogna de-istituzionalizzare
l’autismo.
Bisogna farlo specialmente per quei
giovani genitori che si affidano speranzosi ai Servizi, a quelli
che credono per legge nelle figure professionali deputate.
Bisogna che il nuovo sociale divenga “preferenziale” e non obbligato
e sappia consigliarli, formarli, ridando loro la competenza per
tornare ad essere buoni ed informati genitori. Serve autorevolezza
e non autorità.
Bisogna riconsegnare “ruolo abilitativo” alle famiglie, rispettare
quanto di immenso potrebbero fare ed allearsi in un confronto quotidiano
in parallelo, in continuità, in reciprocità.
Bisogna che l’istituzione si faccia carico realmente del problema,
alleggerendosi dai fardelli, e cominci ad affrontarlo in maniera
diretta, forte, imponenete con un intervento abilitativo subito.
Bisogna entrare fisicamente nella scuola, nelle case, nell’intera
giornata con esperti che fanno e che siano in grado di smettere
di parlare. Bisogna essere esempio di un recupero non semplicemente
l’altare della sua definizione.
Bisogna che sia riscritto e sia concretizzato il momento “medico”
dell’autismo, oltre la diagnosi, oltre la scuola, verso la migliore
normalizzazione possibile della condizione disfunzionale che il
medico ha ricevuto in carico.
Bisogna battere l’autismo quando
si è in tempo per un futuro non-istituzionalizzato.
di Patrizia & Tiziano Gabrielli
Genitori in Prima Linea
Autismo Italia
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