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Scuola e Alunno con Autismo
di Patrizia
& Tiziano Gabrielli
Genitori in Prima Linea – Autismo Italia
Come un ritornello assai poco gioioso
eccoci in autunno con il problema "scuola e autismo".
Si sentono e si leggono articoli riguardanti nomine, insegnati di
sostegno, cattedre, certificazioni, ecc. in realtà dovremmo occuparci
di Marco, Alessia, Simone, a scuola e non in generale di leggi, di
bambini con autismo o di pedagogia, psicopedagogia, ecc.
Alcuni riflessioni a proposito meritano attenzione e dibattito.
C’è fra tutti noi cittadini e
soprattutto noi genitori di bambini con autismo, una forte apprensione
e contemporaneamente speranza e grandi attese relativamente alla
qualità della vita e alle prospettive educative che i bambini e i
ragazzi autistici sperimenteranno all’interno di un contesto altamente
specifico come è la scuola.
La scuola, seconda soltanto alla
famiglia come luogo di vita, non solo in senso temporale, è certamente
un momento fondamentale per il ragazzo, la famiglia e la società.
La scuola è anche per ora la sola realtà
"istituzionale" che, nel bene e nel male, si è fatta carico del
problema "autismo", ed inoltre, è anche quella che quotidianamente
impatta, in modo diretto e continuato, con le difficoltà vere del
singolo bambino certificato, investendo attenzione e risorse nella
gestione di un processo, quello dell’integrazione, mai
troppo chiarito, i cui traguardi e le cui metodologie sono state dalla
scuola stessa più inventate che apprese e applicate.
Al suo interno, la scuola ha consentito,
ad insegnanti, alunni e bambini con disabilità, una esperienza
reciproca e spesso a tale istituzione è stato attribuito e
ingiustamente richiesto, un impegno eccedente finalità e possibilità
intrinseche. Spesso si è confuso il suo ruolo pedagogico e sociale,
con il percorso riabilitativo vero e proprio di molte disabilità.
Molti insegnati si sono distinti in questa sfida con stupefacenti
adattamenti e ottimi risultati ma molti sono anche gli errori, molti i
silenzi, le ingiustizie, le intolleranze, le discriminazioni, i muri
di gomma...
La
scuola è un diritto e un dovere
La scuola è la vita, la vita di ogni
uomo nella collettività, al di là della sua condizione, del suo stato
di salute, della sua specificità, della sua eventuale non abilità, o
disabilità. Il soggetto è nella scuola come "individuo", non come "normo-dotato"
o "autistico", o "audioleso", ecc.
La scuola mette in relazione persone
differenti che si scambiano informazioni, su di sé, sugli altri e
sulle cose e nessuna etichetta, nessuna caratteristica, peculiarità,
origine, religione, diagnosi, dovrebbe modificare in senso negativo o
deprivativo tale scambio.
In questa ottica la legge 104 del 1992
prevede la scolarizzazione di tutti i minori in situazione di
handicap, bambini con autismo compresi. Altre norme ancora sono state
emante per assicurare questo diritto e sarebbe bene conoscerle per
poter sorprendersi nel vedere come questo obiettivo risulti tuttavia
così difficoltoso.
Scolarizzare non significa
semplicemente "accesso".
La scolarizzazione non si riduce
all’accesso, all’inserimento in una classe ma produce, quale elemento
nobile e qualificante, integrazione, come percorso che
dalla aspecificità delle finalità di gruppo e delle formule di
principio, mediante un insieme di adattamenti reciproci, guidati dai
docenti, giunga all’individualità degli alunni consentendo loro delle
esperienze significative sia nell’apprendere che nel
socializzare.
"Cosa
assolutamente dobbiamo pretendere dalla scuola?"
E stabilito "cosa possiamo
pretendere", noi in particolare, genitori di
soggetti con autismo, potremo anche chiedere
"realizza la scuola per i nostri figli ciò che è corretto pretendere?",
ed eventualmente "Perché
non lo può fare?"
Dimensioni del problema
Per legittimare simili quesiti sarebbe
importante dimensionare a livello nazionale il fenomeno autismo e
sindromi correlate, comprendendo all’interno di questo eterogeneo
gruppo, a causa delle diverse classificazioni utilizzate dai vari
professionisti, relativamente a tali diagnosi, anche i casi di psicosi
infantile.
Le dimensioni del problema ci potrebbero
far capire meglio come ci dobbiamo organizzare per pretendere risposte
sempre più qualificate e specifiche.
I bambini diagnosticati autistici o
psicotici nelle scuole pubbliche d’Italia., in base ai dati dei
provveditorati agli studi (oggi CSA), dati ricavati dalle diagnosi
ufficiali rilasciate dai Servizi Sanitari,. relativi all’anno
2001-2002, cioè nell’anno scolastico passato, riferiscono un numero di
casi complessivo di circa 8062 alunni così certificati, e cioè 140
casi circa per milione di abitanti; 64/milione con autismo, 75/milione
con diagnosi di psicosi infantile . Attenzione questi sono i dati
relativi agli alunni disabili certificati rispettivamente, autistici o
psicotici, presenti nelle scuole in Italia in un preciso periodo di
tempo e non i dati riferiti alla totalità dei casi presenti sul
territorio nazionale.
Come potete vedere i valori numerici
rispettivi, autistici, psicotici, sono pressochè sovrapponibili,
paritetici in partenza (scuole materne), divengono dismogenei
successivamente a causa dei ritiri, poiché, con il passare degli anni,
i bambini autistici scolarizzati diminuiscono in modo significativo.
Fortunatamente i bambini con diagnosi di psicosi mantengono una forte
presenza anche nella scuola secondaria. Questo dato ci dice però che
le cose vanno particolarmente male per i soggetti con autismo. Non è
infatti il migliorare della diagnosi che li fa scomparire dalle aule
ma piuttosto oggettive difficoltà nell’integrazione.
E’ solamente l’andamento della sindrome
autistica che può giustificare la negatività di questi riscontri?
Noi genitori non lo crediamo.
DIAGNOSI DI AUTISMO E PSICOSI INFANTILE (dati CSA 2001-2002)
Diagnosi di Autismo
| Scuola materna
|
21/ milione di
abitanti (1220 bambini certificati autistici) |
| Scuola
elementare |
22/ milione di
abitanti (1276 bambini certificati autistici) |
| Scuola media |
15/ milione di
abitanti ( 870 bambini certificati autistici) |
| Scuola
secondaria superiore o II° grado |
7/ milione di
abitanti ( 406 bambini certificati autistici) |
Diagnosi di Psicosi infantile
| Scuola materna |
20/ milione di
abitanti (1160 bambini certificati psicotici) |
| Scuola
elementare |
20/ milione di
abitanti (1158 bambini certificati psicotici) |
| Scuola media |
19/ milione di
abitanti (1102 bambini certificati psicotici) |
| Scuola
secondaria superiore o II° grado |
16/ milione di
abitanti ( 928 bambini certificati psicotici) |
Altre elaborazioni dei dati forniti dal
CSA evidenziano anno dopo anno, un incremento costante dei casi, per
ambedue le diagnosi, anche se di poche unità per milione, e tale
andamento mostra un aumento maggiore a favore delle certificazioni di
autismo rispetto a quelle di psicosi infantile in un rapporto
pressochè doppio. Questo starebbe per un aggiustamento dei criteri
diagnostici e per una maggior conoscenza dell’autismo più che per una
diminuizione reale del tipo di patologia.
Appare veritiero però che questa
fotografia scolastica del problema, pur significativa, offra valori
decisamente sottostimati rispetto ai quadri patologici in questione
nella loro interezza. Da una parte perché questi dati non comprendono
i casi con PDD e altre patologie borderline, spesso non ancora
certificati, dall’altra perché il provveditorato non rileva tutti i
possibili pazienti di tali patologie o i loro spostamenti e, non
ultimo, perchè manca nel conto il numero di chi è istituzionalizzato
al di fuori della scuola (orfani o a tutela sospesa), oppure c’era ed
è uscito e di chi si aggiungerà a costoro nell’anno appena iniziato.
Questi sono i dati da cui noi dobbiamo
partire per capire quanta voce in capitolo abbiamo rispetto ai circa
50.000 insegnati di sostegno operanti in Italia e per impegnarci a non
rinunciare in alcun modo e per nessuna ragione al profondo valore di
scolarizzare.
Integrazione
Esiste anche una profonda differenza tra
inserimento e INTEGRAZIONE.
Il presupposto di base, quando si parla
di AUTISMO, è comprendere che siamo di fronte ad un
disturbo complesso e le risposte possibili sono dunque
complesse. Le situazioni sono molteplici e vanno affrontate, di volta
in volta, problematiche differenti in un ottica di specificità. I
riduzionismi non aiutano a capire la realtà delle persone, perché ne
prendono una piccola parte e la fanno diventare il tutto.
Consapevoli delle difficoltà insite
nella specificità è bene ribadire che noi genitori di alunni
diversamente abili sappiamo bene anche che la scuola non è il
luogo deputato alla terapia propriamente detta per i
disturbi dei nostri figli.
Noi semplicemente vogliamo realizzare
ciò che è previsto dalla legge: integrazione. Vogliamo
per i nostri figli esperienze significative, socializzazione,
ampliamento delle capacità comunicative e relazionali, apprendimenti
seppur minimi, mirati a favorire l’autonomia attraverso competenze e
abilità essenziali, dando qualità alla loro esistenza. Sappiamo anche
che, nell’ambito di questo progetto complesso e difficile, tutte le
esperienze sono importanti ma questo non significa che tutte siano
valide e, secondo il principio della rete, in un’ottica si scambio di
informazioni tra scuole, si dovrebbero socializzazione le esperienze
prestando ascolto a quelle riconosciute come esemplari e che possano
essere utili e a disposizione di tutti. Non serve compartecipare
soluzioni del problema solo se radicali ma aiutare gli operatori a non
sentirsi isolati all’interno della propria azione didattica, aprendo
loro un orizzonte di riferimento più vasto.
L’integrazione è qualità di vita in
comune ed è un fenomeno sicuramente complesso ma i cui obiettivi vanno
perseguiti non separatamente tra loro ma sperimentati in un’ottica di
globalità.
L’integrazione si realizza attraverso
una esperienza comune o allargata, quando cioè tutti, operando
insieme, si aiutano reciprocamente a migliorare la competenza
culturale, relazionale e comunicazionale dei singoli nel gruppo. Non
da soli dunque si deve affrontare l’integrazione, tanto meno
l’autismo.
Le condizioni essenziali affinchè esista
integrezione sono:
-
Tutti sono
interpreti dello stesso progetto, tutti debbono essere coinvolti,
non solo l’insegnante di
sostegno, ma di tutti: il docente e il dirigente, i collaboratori
scolastici e la famiglia, i
medici, i paramedici, gli alunni, tutti….
-
Si deve operare
in modo sinergico. Ciascuno deve impegnarsi in una connessione
stretta e continua con gli altri per fare un lavoro comune.
-
Ciascuno faccia
la sua parte e ciascuno si nutra e si rafforzi dell’esperienza
integrativa di tutti gli altri.
-
Integrazione
significa anche "responsabilità". Ciascuno ha la propria.
Sappiamo
tutti che per consentire l’integrazione vera, non formale,
specialmente dell’alunno con autismo nella scuola e nella
società , se vogliamo realmente farci carico di questo,
risulta fondamentale ripristinare concetti squisitamente
etici, un po’ desueti in questa civiltà patinata ed
egocentrica, quello della responsabilità personale,
di responsabilità attiva, dell’impegno
individuale e di gruppo, del dovere morale.
Non è affatto vero che noi esistiamo perché qualcuno ci ha
generato, la nostra umanità esite perchè un adulto ci ha
adottato, cioè si è fatto carico, s’è preso cura,
responsabilità, di ciascuno di noi.
"Approccio positivo"
Dal punto di vista
psicopedagogico educativo, l’unico approccio corretto per promuovere
l’integrazione dei bambini autistici è un "approccio positivo".
Positività non
significa semplicemente che non si debbano più usare modelli di tipo
disfunzionale, cioè quelli che partono dal proporre e ricostruire ciò
che non funziona bene, ma anche e soprattutto che con questi bambini
si deve procedere e costruire a partire dalla loro positività, dai
loro interessi, da ciò che loro propongono e manifestano, facendo
spazio alla spontaneità e rafforzando ciò che è adeguato, spendibile,
equiparato all’età, prestando attenzione a gratificare ciò che è
armonioso e coerente con la situazione e gli intenti comuni del
gruppo, in un cammino di piacere nel fare le cose, di rinforzo dei
comportamenti produttvi e funzionali.
Positività significa
non lasciarli senza proposte, significa che con questi bambini non si
può utilizzare il "no" fine a se stesso, il "no" e
basta, il "no" senza soluzioni sostitutive. A questi bambini va
insegnata l’alternativa alla negazione, al divieto, a ciò che non è
permesso, alla frustrazione di vedersi negato qualcosa. Questi bambini
non possono essere obbligati a un comportamento, a una risposta, né a
una socializzazione, né si possono enfatizzare in loro soluzioni
abilitative eccessivamente specializzate rinunciando o addirittura
soffocando una globalità indispensabile di interventi volti ad un
recupero complessivo e ad una non formale integrazione. La coercizione
non aiuta il bambino autistico. Servono altre strategie, serve
formazione, pazienza, tranquillità, disponibilità, anticipazione. Vie
che privilegino la positività esistente in loro nelle diverse
situazioni, che sfruttino i punti forti presenti nella realtà
dell’altro, che richiamino l’impegno di tutti gli operatori nel
realizzare un progetto partecipato di vera qualità della vita.
Linee guida fondamentali per avviare l’integrazione
dei bambini autistici.
Alla scuola si
dovrebbe giungere con requisiti minimi indispensabili già acquisiti
dall’alunno certificato: l’attentività, l’attenzione condivisa, la
capacità di scambio e la reciprocità nelle intenzioni, la motricità
fine, la comprensione del linguaggio, alcune autonomie di base. Questo
non sempre avviene, anzi raramente il bambino autistico è così
opportunamente attrezzato e uno dei primi compiti della scuola, ai
vari livelli, è quello di valutare l’esistenza di questi prerequisiti
e, se assenti, assicurarsi il permanere in percorsi atti a fornire ed
adeguare l’alunno con autismo di queste competenze essenziali.
L’intervento
educativo nella scuola dovrebbe poi favorire:
l’acquisizione di
un linguaggio
(in qualunque
forma possibile privilegiando quello verbale, non verbale,
corporeo,
scritto,
ecc.).
lo sviluppo
delle capacità percettive e di esplorazione dell’ambiente.
la promozione di
competenze strumentali di base
la partecipazione
attiva alla vita del gruppo classe
l’avvio alla
socializzazione nel gruppo e all’esterno della scuola.
Il successo degli
interventi educativi è invece in relazione all’affermarsi delle
seguenti variabili:
-
Precocità di
avvio alla scolarizzazione, (favorire l’inserimento educativo
precoce dei bambini
autistici già negli asili nido, nelle scuole materne), sempre e
solo se gli interventi erogati sono adeguati.
-
Competenza di
tutti operatori, tutti quelli coinvolti, non solo scolastitci,
tutti, dalla sanità, scuola, società, servizi, tutti quelli
coinvolti. L’integrazione si realizza realizzando cultura.
Servono persone molto preparate, sotto il profilo medico,
pedagogico, sociale ecc. Se ci si riferisce ad un soggetto
autistico si ha bisogno di insegnanti di sostegno che conoscano
benissimo i capisaldi della pedagogia (per esempio le metodiche
di Schopler, alcuni metodi di condizionamento operante, metodi
di comunicazione aumentativa e alternativa, ecc). Insegnamenti
fondamentali.che dovrebbero far parte del bagaglio professionale
e che poi saranno utilizzati e adattati in modo conforme al caso
specifico.
-
Disponibilità
affettivo-comunicativa degli insegnanti, che è specifica e di
cui bisogna se ne assumano personale e piena responsabilità,
-
Fiducia
nell’ottenimento degli obiettivi che pertanto debbono essere
realistici. Ottimismo nella verità non piageria o entusiasmo da
ciarlatani.
-
Coinvolgimento
forte dei genitori e familiari, che debbono realizzare una
continuità di obiettivi e strategie anche in casa.
-
Lavoro di rete,
di coordinamento ed integrazione degli interventi per mezzo di
alleanze positive tra i vari operatori, tra servizi diversi, tra
medici e insegnanti, tra assistenti sociali medici e insegnanti,
tra dirigenti scolastici e responsabili dei servizi socio
sanitari, mettersi insieme per dare risposte utili. I genitori
da soli, i medici da soli, la scuola da sola possono fare assai
poco. L’ottica essenziale è quella delle sinergie tra dimensione
clinica, familiare, con l’organizzazione interna della scuola.
L’istituzione scolastica, con l’avvento dell’autonomia
didattica, non è più vincolata a un modello permanente
di funzionamento e può, di volta in volta, decidere secondo i
bisogni degli allievi, quali forme organizzativo-didattiche
siano le più funzionali rispetto all’intervento scelto; non c’è
più un vincolo, un modello definito da seguire. L’avvio della
devolution inoltre ridurrà sempre più le competenze
del ministero della sanità e della pubblica istruzione facendo
emergere nuovi interlocutori per il mondo della scuola: regioni,
province, comuni, enti locali, ecc.,
La relazione
medica deve essere informazione utilizzabile per gli
insegnanti e dire loro cosa è bene riconoscere e cosa è meglio
evitare. L’altro, il bambino autistico non è un esempio di patologia
ma una persona da conoscere nella sua totalità, nella sua qualità di
essere umano.
E’ necessario
partecipare come genitori, insieme agli altri operatori
coinvolti, alla stesura del progetto dei nostri figli, un progetto
educativo individualizzato, realistico, effettivo, condiviso.
L’insegnamento dovrà
essere condiviso, esplicito ed intenzionale, senza tempi morti,
flessibile ed utile nel metodo e nei tempi. Dovrà avvalersi di un uso
proprio dei materiali e di un uso corretto degli spazi, valutando
sistematicamente i risultati per correggere gli errori o potenziare i
progressi.
Il successo
dell’inserimento è correlato alla personalizzazione, non l’autismo, ma
Michele Alessia, il bambino e la sua specificità.
l successo formativo,
non dipende solo dall’insegnate, o solo dalle capacità dell’alunno, ma
è una co-costruzione che si realizza attraverso l’elaborazione
di obiettivi semplici, limitati, graduali, progressivi, attraverso
tentativi e aggiustamenti continui degli apprendimenti.
E’ sbagliato pensare
che simile progetto dipenda esclusivamente dall’insegnante di sostegno
Anni di graduatorie ‘non’ di merito hanno mandato al massacro
persone innocenti in entrambe le trincee. E’ essenziale passare in
fretta da una logica individuale, quella che vede tutto il possibile
in una sola figura professionale, ad una visione allargata,
all’obiettivo comune nello sforzo di tutti.
E’ ormai fondamentale
il passaggio concettuale che sostituisca l’insegnante di sostegno, con
i "sostegni", come insieme di strumeti, opertaori ed
energie, coordinati, legati a precise situazioni contestuali, ai veri
operatori protagonisti in quel momento, in quella realtà specifica
scolastica e sociale in cui si intende realizzare l’integrazione dei
nostri figli. Sono sostegni il gruppo sociale e scolastico, il
gruppo-classe, il tutoring, i materiali necessari e specifici; sono un
sostegno l’uso specifico e alternativo e l’organizzazione degli spazi,
la documentazione e i corsi di formazione, gli incontri tra operatori
coinvolti, con i medici, con i genitori, i video, ecc. I sostegni sono
tanti e chiamano in causa anche altre realtà, anche altri enti, altre
istituzioni che ad esempio debbono preoccuparsi di fornire la scuola
dei materiali indispensabili alla realizzazione di un percorso
integrativo.
Nelle classi dove è
presente il bambino autistico è indispensabile:
-
Conoscere bene
il bambino e il suo problema
-
Conoscere bene
la patologia, le sue cause, le sue caratteristiche
La disabilità
deve essere conosciuta senza pregiudizi, per poterla accogliere
nel gruppo, dal latino cum prendere, cioè prendere con
sé.
-
Conoscere le strategie pedagogiche ed educative ad
essa applicabili in generale.
Le conoscenze
cliniche e pedagogico didattiche specifiche sono oggi così
stimolanti ed accessibili che non è più possibile accettare
l’improvvisazione o l’ignoranza in questa direzione. Il problema
della pedagogia dell’autismo non è diverso da una regione
all’altra, da una scuola all’altra, è un intervento terapeutico
internazionale. È una pedagogia mondiale.
-
Formulare e
condividere con tutto il team operativo il piano di intervento e
il progetto educativo elaborato per quel bambino.
Conoscerne i
dettagliati e strutturare la sua realizzazione pur mantenendo
un’ampia disponibilità alla necessaria flessibilità.
-
Agire nella
quiete. Armarsi tutti di disponibilità, calma e tranquillità.
-
Partire da
attività conosciute per il loro gradimento o che suscitano
interesse.
-
Proporre
stimoli in quantità limitata ma che siano di alta
significatività.
-
Favorire
liberamente la partecipazione spontanea, all’attività del gruppo
classe, nel modo più fiducioso
-
Controllare e
fornire le stimolazioni senso-percettive utilizzando un solo
canale sensoriale per volta, in modo graduale, concreto,
intensivo e ripetuto con assiduità, rettificandone l’utilizzo
ogni volta che non funziona perfettamente.
-
Introdurre
stimolazioni ed esercizi senso-percettivi utilizzando
prograssivamente più canali sensoriali per volta, in modo
graduale e ripetibile, adattando i compiti alla qualità
risultati.
-
L’impostazione
metodologica deve essere giustificata, legittimata, validata,
chiara e soprattutto valutata nella sua efficacia dal punto di
vista educativo.
Vi sono ostacoli e
tanti, possono essere interni, ma troppo spesso sono esterni
all’alunno con autismo.
E’ certo che da una
scuola priva di aule, dove mancano banchi o insegnati (cosa non così
inverosimile), non è possibile pretendere l’ottimizzazione di un
percorso educativo.
Nella stragrande
maggioranza dei casi però le risposte adeguate dovrebbero essere
possibili.
Due o tre cose su cui non si può più transigere.
Per le specifiche
caratteristiche neurobiologiche, gli interventi educativi negli alunni
autistici, devono svolgersi in un setting che
preveda stabilità psicologico-ambientale e questo
è risaputo nel mondo intero. Non si può più tollerare che l’esperienza
della scolarizzazione dei nostri figli si trasformi in un sicuro
meccanismo di regressione, di dolore, di confusione assoluta.
Su questa elemento di
stabilità spaziale e strutturale fondamentale, si fonda il progetto di
integrazione del bambino con autismo nella scuola.
Va fatta una
battaglia durissima, giusta e necessaria, da parte di noi genitori,
con gli insegnanti che sulla loro pelle l’hanno capito, con i medici
che lo prescrivono. Ci sono delle precise responsabilità di legge dei
comuni, proprietari delle scuole dell’obbligo, e delle province,
proprietarie delle scuole superiori, quando gli spazi in cui dovrebbe
integrarsi i nostri figli non sono previsti, non sono sufficientemente
individuati, non sono sufficientemente ampi o bene illuminati.
L’amministrazione
centrale e locale deve inoltre comprendere in modo definitivo non solo
questo ma anche il principio di continuità ancora
continuamente calpestato dalle logiche occupazionali e con
giustificazioni non pedagogiche ma spesso rivoltanti nella loro
imperscrutabilità.
Erogare
interventi educativo pedagogici adeguati. Quando si può
parlare di interventi adeguati? Quando l’intervento erogato rispetta
un codice che riguarda specificamente il soggetto autistico. Setting,
continuità, preparazione, formazione, progettualità, condivisione,
collegamento con il gruppo, tutela, disponibilità, tranquillità,
verifiche, ecc.
Quindi la scuola che cosa fa?
Al momento fa quello
che è in condizione di fare, in alcuni casi meglio, in altri peggio.
Mi pare fondamentale
se no altro in prospettiva futura affermare che il ruolo della scuola
deve essere migliorato. Si deve passare da una formazione privata,
costosa, elitattaria, ad una formazione obbligata, sistematica e
pubblica indirizzata e aperta a tutti (anche per coloro che già
presenziano nelle strutture del territorio). L’università si deve
impegnare a fornire formazione specialistica sull’handicap per i
medici, per gli insegnanti, per i genitori.
L’associazionismo dei
genitori dovrebbe tornare garante di un primato del pubblico per i
servizi necessari e fondamentali, lavorando nell’interesse esclusivo
dei minori chiamati a vivere la qualità dell’integrazione, non
preoccupandosi dell’esclusiva affermazione delle proposte del proprio
specialista o dell’insegnate di Marco o Matteo.
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